Un modello di sanità territoriale sempre più inclusivo, capace di garantire continuità assistenziale e diritto alla cura anche nei contesti più complessi. È questo l’obiettivo del progetto avviato dalla ASL Roma 2 all’interno del carcere di Rebibbia, dove è stata introdotta una modalità innovativa di trattamento per i detenuti con disturbo da uso di oppiacei attraverso formulazioni iniettabili a rilascio prolungato.
L’iniziativa nasce dal principio secondo cui la tutela della salute deve essere garantita a ogni persona, indipendentemente dalla condizione sociale o giuridica. In questa prospettiva, la ASL Roma 2 considera il carcere parte integrante del territorio e punta ad assicurare standard assistenziali fondati sugli stessi criteri di equità, generalità e universalità che caratterizzano il Servizio sanitario pubblico.
Il progetto si inserisce nel percorso di trasformazione della sanità territoriale previsto dal DM 77/2022 e guarda anche alla realizzazione di una futura Casa della Comunità all’interno del polipenitenziario di Rebibbia, con l’obiettivo di rafforzare ulteriormente la presa in carico sanitaria dei detenuti, inclusi quelli affetti da patologie psichiatriche o dipendenze patologiche.
Secondo i dati riportati dalla ASL Roma 2, i detenuti con disturbo da uso di oppiacei rappresentano circa il 30% della popolazione carceraria. Il progetto, avviato il 20 aprile, ha coinvolto inizialmente venti pazienti seguiti dal Ser.D interno e sarà progressivamente esteso.
La nuova terapia prevede l’utilizzo di buprenorfina long action iniettabile, una formulazione che consente di ridurre le criticità legate alla somministrazione quotidiana tradizionale, limitando il rischio di misuso e di diversione del farmaco e garantendo maggiore continuità terapeutica, soprattutto nelle fasi più delicate del percorso di cura e nel periodo che precede la scarcerazione.
Le esperienze già sviluppate in altri istituti italiani ed europei hanno evidenziato risultati positivi sia dal punto di vista clinico, con riduzione del craving e della positività ai test tossicologici, sia sul piano organizzativo, grazie a un alleggerimento del carico di lavoro per il personale sanitario e penitenziario. Questo permette di dedicare più tempo alle attività di counseling, supporto psicologico e riabilitazione.
“Siamo estremamente soddisfatti dell’introduzione di questa nuova forma di somministrazione di un farmaco già collaudato ed utilizzato anche nelle nostre strutture territoriali”, ha dichiarato Massimo Cozza, Direttore del Dipartimento integrato di Salute Mentale, Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza e delle Dipendenze patologiche della ASL Roma 2. “Siamo certi che l’estensione della nuova forma di somministrazione alla popolazione target di tutto il penitenziario porterà ad un miglioramento del servizio offerto”.
Per la ASL Roma 2, il progetto di Rebibbia rappresenta un ulteriore tassello nel percorso verso una sanità territoriale sempre più moderna, inclusiva e vicina alle persone, capace di garantire il diritto universale alla cura anche nei luoghi di maggiore fragilità.